fbpx
Momenti lavatrice e dove trovarli: dalla confusione alla creazione

Momenti lavatrice e dove trovarli: dalla confusione alla creazione

Momenti di confusione, sono sicura che li conosci molto bene anche tu.

Sono quei momenti in cui è come se calasse un sipario pesante e scuro sulla tua giornata. Ti senti invischiata in una ragnatela dalla quale tenti di divincolarti, ma più ti muovi e più ti senti limitata nei movimenti e impossibilitata ad uscirne.

I pensieri sono veloci e confusi mentre la tua capacità d’azione è rallentata e indebolita.

Insomma, non sei “la solita te”.

Io li chiamo momenti di “turbolenza”, o momenti lavatrice.

È normale che succeda (ne parlo anche in questo articolo)

Il problema è che pensiamo non lo sia, che pensiamo non dovremmo sentirci così. Invece che prenderla come una giornata di pioggia, ci sentiamo come se il sole non dovesse tornare mai più.

Ci succede quando siamo stanche e la confusione prende il sopravvento.

Quando l’impegno che mettiamo in tutte le cose non ci ripaga con i risultati sperati.

I momenti in cui non ci sentiamo comprese, quando ci sembra che ciò che facciamo non venga apprezzato a sufficienza.

E anche quando ci sembra di essere scivolate dalla padella nella brace. Magari perché abbiamo avuto il coraggio di lasciare un lavoro sicuro e ben retribuito, per perseguire la realizzazione di un sogno e di noi stesse. Ma in certi momenti ci troviamo a dubitare di tutto e, per estensione, anche di noi stesse.

Un paio di settimane fa ho vissuto uno di quei momenti

Non è una cosa nuova per me. Mi succede ciclicamente e, sebbene io li conosca bene, quando ci sono dentro mi sembra che niente vada bene, che niente sia giusto… mi sento lontana da me.

E quando sei lontana da te, rischi di sentirti lontana anche da ciò che hai scelto, e può capitare di mettere in discussione molte cose. 

In quei momenti è facile avere la tendenza a drammatizzare. Le forti emozioni che si provano tingono di un colore scuro ogni cosa e non si riesce ad avere uno sguardo obiettivo sulle cose.

Da una chiacchierata con un’amica anche lei libera professionista che, a breve distanza dal mio momento no, stava attraversando una fase simile, è nato un fertile confronto su questo tema. Questo mi ha portata a cercare di comprendere, e in un certo modo codificare, non solo come attraversare al meglio questi momenti, ma anche a come farne risorsa.

Ecco cosa ti potrebbe capitare di sperimentare, quando vivi questi momenti di confusione:

  • pensare che sei sulla strada sbagliata
  • mettere in discussione te stessa, le tue scelte, il cammino fatto fin qui
  • mettere in dubbio i tuoi meriti
  • permettere a una situazione sbagliata o difficile di diventare pervasiva. Es: è andato male un incontro di lavoro e ciò che ti dici in realtà è che “la tua vita è un disastro”
  • non riuscire a vedere la bellezza e l’abbondanza che c’è nella tua vita proprio ora
  • notare molto bene tutto quello che manca o che non va
  • vedere la bruttezza del mondo, e solo quella.
  • perdere il contatto con il senso di ciò che fai (insomma, ti sembra futile o inutile)

Capita anche a te?

Siccome ho anni e anni di esperienza, diretta e indiretta, di momenti così, ecco che ho stilato innanzitutto un elenco di DON’TS, ovvero di cose da NON fare in queste circostanze in cui la confusione tenta di prendere sopravvento.

Sono tre le principali cose “vietate”, dopo esserci concesse di sguazzare brevemente nel nostro “drama” 😉

È “vietato”:

  1. credere a tutto ciò che pensi (questo vale sempre, ma in particolar modo nei momenti-lavatrice);
  2. giudicarti per come ti senti (sei molto più di quello che provi ora);
  3. prendere decisioni sull’onda dell’emozione (non sarebbero certo le migliori).

Ci sono molte cose utili che possiamo fare in quei momenti di confusione, e voglio condividere con te i 7 passi che per me funzionano sempre:

– accettare come mi sento e accogliere le mie emozioni;
– fare silenzio e non forzarmi a fare nulla che non sia strettamente indispensabile;
– confrontarmi con qualcuna delle mie preziose “compagne di viaggio”;
– prendermi cura di me scegliendo alcune delle cose dalla mia “self care list”;
– comprendere qual è davvero il problema, comprendere il messaggio del mio disagio;
– rifare contatto con il mio “perché”;
– mettere in atto qualcosa di nuovo.

E ora, uno per uno, ti spiego perché per me funzionano per combattere la confusione:

  • Accettare come mi sento e accogliere le mie emozioni: resistere a ciò che sentiamo, opporci, sopprimere o negare le nostre emozioni non fa che creare ulteriore conflitto. Sentiamo ciò che sentiamo. Se riusciamo a non giudicarci per questo e a non avere paura di ciò che sentiamo, possiamo semplicemente accogliere la verità di ciò che sta accadendo, lasciandocene attraversare, totalmente.
  • Fare silenzio e non forzarmi a fare nulla che non sia indispensabile: creare spazio, creare silenzio ci permette di entrare in contatto con qualcosa di più profondo del chiacchiericcio della nostra mente. Inoltre costringerci ad essere efficienti e performanti in quei momenti sarebbe inutile: non lo siamo. Perciò, se possiamo, fermiamoci e stiamo in quello che c’è. 
  • Confrontarmi con qualcuna delle mie preziose “compagne di viaggio”:  avere delle amiche che siano in grado di ascoltarti davvero, che siano in grado di accoglierti anche nei tuoi momenti no, è uno dei tesori più preziosi che possiamo avere. Io sono ricchissima, da questo punto di vista, ed è una gioia cercare e offrire presenza e supporto, quando qualcuna di noi ne sente il bisogno.
  • Prendermi cura di me facendo alcune delle cose sulla mia “self care list”: per ritrovare il nostro equilibrio è importantissimo per noi donne prenderci cura di noi, dedicarci al vero piacere (no, lo shopping compulsivo non rientra in questa categoria). Fare cose che ci fanno stare bene, nutrendoci nel profondo. Per me può essere una passeggiata in natura, fare una doccia calda con il mio bagnoschiuma preferito, accendere un incenso e mettere su una musica speciale. Ma anche scrivere su carta i miei pensieri, mettere i piedi nell’acqua di mare e affidare alle onde le mie “paturnie”. 😉

E ancora…

  • Comprendere qual è davvero il problema, comprendere il messaggio del mio disagio: a questo punto (e non prima) posso comprendere cosa c’è di vero. Cosa vuole essere visto, cambiato, eliminato o iniziato.
  • Rifare contatto con il mio “perché”: ricordarmi il senso, il perché di certe mie scelte, rifare contatto con i miei valori non negoziabili e con il contributo, unico perché “mio”. Parlo di ciò che voglio portare alla collettività. Questo mi aiuta a rimettere le cose in prospettiva, a ritrovare l’ispirazione e a fare una nuova “cornice d’accordo” con me stessa e con le persone eventualmente coinvolte. (NDR di questo tema, molto importante ed ampio, ti parlerò nel prossimo articolo).
  • Mettere in atto qualcosa di nuovo: questo è un passaggio fondamentale per me, che sono amante della varietà e delle novità. Dopo un momento di crisi sento il desiderio di scrivere una pagina nuova, di fare tesoro dell’accaduto e nel contempo di proiettarmi verso nuovi orizzonti. Una nuova pratica, un’abitudine, un corso o anche solo un quaderno nuovo dove annotare le mie comprensioni. Piccoli ma preziosi elementi che sanciscono il passaggio.

Non dobbiamo sempre mostrarci forti.

Non è necessario mostrarci sempre all’altezza.

Non pensare di dover essere superwoman.

Lo siamo. Ma in tutto questo sono compresi anche i momenti difficili. Quelli in cui mettiamo tutto in discussione, in cui rimescoliamo le carte, in cui andiamo in riserva di energia e le cose assumono sfumature confuse o pesanti.

Quei momenti di confusione vanno accolti e attraversati.

E solo lasciando a terra ciò che non ti serve più, puoi proseguire con ciò che sei diventata.

Un abbraccio,
Gina

Seguimi su Instagram per scoprire i miei consigli di coaching per realizzare ciò che sei!

A settembre si torna a scuola di pratiche della felicità!

A settembre si torna a scuola di pratiche della felicità!

Come ogni scuola che si rispetti, anche le pratiche della felicità riapre le sue porte – virtuali – a settembre. A partire dal 22 settembre parte una nuova classe online fatta di persone che vogliono allenarsi ad essere felici. 

Ma facciamo un piccolo passo indietro. Perché ti parlo di pratiche della felicità?


Dopo diversi decenni dedicati alla crescita personale, dapprima come “studente”, e poi come coach, mi sono resa conto che tutto ciò che cerchiamo di ottenere attraverso le nostre scelte, è in realtà un punto di partenza, e questo è proprio la felicità.

Ovvero, facciamo ciò che facciamo perché pensiamo che ci renderà felici: ma come sarebbe se lo fossimo già in partenza?

Non ti parlo di sorrisi a 36 denti

Nè di saltellare sul posto o ostentare un finto entusiasmo quando in realtà provi tristezza, preoccupazione o rabbia. 

La felicità è uno stato di “alta efficienza” che puoi allenare e che puoi provare a prescindere dalle circostanze in cui ti trovi. Questo non solo ti consente di affrontare in modo più efficace e fluido tutte le situazioni che la vita ti mette davanti, ma ti ti rende soprattutto più capace di creare le circostanze, relazioni, risultati che desideri.

Ma come è possibile?

Forse non lo sai, ma il nostro cervello è progettato per porre maggior attenzione a ciò che è anomalo, a ciò che va male, a ciò che è potenzialmente pericoloso e lo fa per ovvie (ed antiche) ragioni legate alla nostra sopravvivenza. Perciò se non scegliamo di indirizzarlo diversamente, tenderà a farci notare, pensare e immaginare soprattutto le cose che temiamo o a cui ci opponiamo – creando in noi le emozioni corrispondenti a quei pensieri. 

La situazione cambia con un po’ di allenamento

Per questo è fondamentale allenarsi a sviluppare quel solido stato di benessere che ti permette di produrre pensieri, emozioni e comportamenti più funzionali , che riduce lo stress e le sue conseguenze, che ti restituisce la creatività, l’empatia, il Problem soling e la capacità di immaginare e creare che è propria degli esseri umani quando “funzionano” al loro meglio. 

Insomma, basta guardare un bambino per renderci conto che quel benessere è nostro per diritto di nascita, e che chi è felice è instancabile, è capace di attenzione focalizzata, è determinato, è naturalmente capace di intessere relazioni sane, è in grado di apprezzare di più  e…sì, è anche più bello!

Ma come posso essere felice, a partire da oggi?

Puoi saltare a bordo del mio prossimo corso online Le pratiche della felicità,  un percorso in diretta e di gruppo. A partire dal 22 settembre 2020 partirà la nuova edizione e un nuovo gruppo di persone (solitamente donne, ma chissà 😉  motivate si cimenteranno ad allenarsi per rendere forte e stabile il loro substrato di felicità. Se vogliamo fare un parallelo con il corpo e l’esercizio fisico, è come allenare il “core” – che non è il cuore in romanesco 😉 ma è la parte centrale del nostro corpo, la muscolatura profonda, che ci rende stabili e che è fondamentale allenare per affrontare al meglio qualsiasi performance fisica. 

Il corso è della durata di 4 mesi e prevede:

  • colloquio individuale direttamente con me, per identificare quali sono gli aspetti su cui vuoi lavorare (compila il questionario).
  • un percorso di 4 mesi in gruppo (partenza 22 settembre 2020)
  • 2 incontri live al mese via zoom – ogni live verrà registrata e resterà disponibile fino alla fine del percorso
  • un gruppo Facebook riservato agli iscritti per domande, sfide e condivisioni
  • una meditazione guidata da poter riascoltare quando vuoi
  • tutti i file degli strumenti e delle tecniche che imparerai

Che aspetti? Sali a bordo e allenati insieme a me per rinforzare il “core” della tua felicità.

Prenota qui la tua iscrizione al corso Le pratiche della felicità

Ti abbraccio, 

Gina

Stai vivendo pienamente la tua vita?

Stai vivendo pienamente la tua vita?

Stai vivendo pienamente? Stai godendo di tutte le opportunità che la vita ti offre, proprio ora, qui?

Ti propongo un piccolo gioco.

Prendi un pezzo di carta e una penna. Disegna un cerchio.

Ora colora la parte di cerchio che, a sensazione, rappresenta  la “pienezza” delle tue giornate. Non in termini di impegni, ma in termini della tua soddisfazione per quanto intensamente e pienamente vivi, di quante opportunità cogli o crei, di quanta varietà ci sia.

Se lo colorassi tutto significherebbe che la tua soddisfazione è pari al 100%.

E se è così, puoi anche smettere di leggere il mio articolo 😉 

Ma se non è così, colora uno spicchio pari a quella che potrebbe essere la tua soddisfazione, per come vivi le tue giornate. 

È più del 50%? Oppure meno? Quanto circa? (non prenderla troppo sul serio, non è un esercizio di geometria, è solo un’indicazione visiva della situazione attuale, che però può darti preziose consapevolezze)

Stai vivendo pienamente? Stai godendo di tutte le opportunità che la vita ti offre, proprio ora, qui?

Questa è una delle mie domande guida, una di quelle domande che mi faccio regolarmente e che mi permette di ricalcolare la rotta quando mi scopro a prendere una direzione che non mi piace o non mi soddisfa del tutto. E molto spesso la risposta è NO, non abbastanza. 

Ma come, dirai, proprio tu?  Eppure sì, mi succede. 

Proprio ieri parlavo con un paio di amiche della Rete al Femminile. Siamo andate a fare il bagno al tramonto per la prima volta da quando ci conosciamo. Raccontavo loro di come, nonostante io abbia raggiunto molte delle condizioni che desideravo, mi trovo spesso a non goderle appieno, a vivere “ristretta” rispetto a ciò che potrei fare e alla libertà di cui dispongo.

Ti riconosci anche tu? 

Aspetta a dire di no 😉 ora mi spiego meglio.

Vivo a pochi passi dal mare eppure, da quando abito in questa casa, non avevo ancora mai fatto il bagno al tramonto prima di ieri. E raramente scendo a fare un tuffo durante il giorno, sebbene io lavori principalmente da casa.

Ho voluto a tutti i costi una bicicletta perché immaginavo che avrei scorrazzato su e giù per il lungomare tutti i giorni e in tutte le stagioni, e invece finora l’ho fatto molto meno spesso di quanto avrei potuto.

Nei giorni in cui scrivo, o progetto un corso, potrei spostarmi con lo scooter, trovarmi un bel posticino all’aria aperta, andare ogni giorno in un caffè o in un bar diverso e lavorare da lì, eppure ho smesso di farlo da un bel po’. Certo, perché sto bene dove sto.

Eppure sento che così facendo, perdo qualcosa.

Il punto è che a me tutte quelle cose  piacciono molto, e soddisfano il mio bisogno di varietà (come ti raccontavo in questo post su Instagram) eppure mi trovo spesso a vivere in un’area più ristretta di come vorrei. Devo riconoscere che in parte questo è ancora lo strascico del lockdown, che ci ha ammaestrati a spostarci solo il necessario, a uscire di meno, a premeditare tutto (pensa a dove devi andare, stampa la certificazione, compilala, prendi la mascherina, non fare de-tour perché non sono concessi, non improvvisare, ecc).

Quindi in parte questa “ristrettezza” è ancora un sottoprodotto del periodo che abbiamo passato (quantomeno lo è per me). 

Ma non è tutto qui.

Siamo esseri abitudinari, nel bene e nel male, e da tutto ciò che è consuetudine traiamo benefici in termini di sicurezza, efficienza e “risparmio energetico”. Però perdiamo in spontaneità, perdiamo il contatto con il sentire che vorrebbe guidarci ma che non ascoltiamo mai abbastanza.  

Com’è che finiamo a escludere tutta una serie di possibilità, a tagliare via un sacco di strade, e ci restringiamo a fare un po’ sempre le stesse cose?

Magari la nostra vita è ricca e varia, non intendo dire che facciamo “poche” cose, ma piuttosto che non usciamo spesso dai nostri sentieri, per quanto ampi e avventurosi possano essere.

Da quanto tempo non fai una cosa che amavi fare, solo perché l’area all’interno della quale normalmente ti muovi non la comprende?

In quel fare qualcosa di nuovo che ci attira, in quel rifare qualcosa che ci siamo dimenticate esistere, nel tracciare nuove e più ampie strade fuori di noi, mettiamo in campo una parte più ampia di noi, ridiamo vita a delle parti che abbiamo trattenuto, incatenato, soppresso o addomesticato. 

Restringere il campo delle nostre esperienze ha un prezzo: non solo ci perdiamo la bellezza di quella specifica azione, ma atrofizziamo risorse, attitudini e inclinazioni. “Use it or lose it”- ciò che non usi, lo perdi.

Allora, cosa potresti riprometterti per questo agosto, per espandere un po’ le tue abitudini e possibilità, e riappropriarti così di alcune parti di te che avevi messo in stand-by?

Ti lancio una sfida, facile facile, ma che comunque richiede la tua determinazione e il tuo impegno e, prima ancora, la tua adesione.

Per questo agosto, fai almeno #unacosanuova al giorno.

Può essere cimentarti in uno sport che non hai mai fatto, fare una strada nuova per andare in uno dei tuoi posti abituali, noleggiare un tandem o un monopattino, contattare una persona che vorresti conoscere, assaggiare un cibo che non hai mai provato, iniziare la tua giornata ballando.

Magari si tratta di qualcosa che è del tutto nuova nella tua vita, o qualcosa che avevi smesso di fare, o puoi semplicemente scombinare alcuni dei tuoi orari, lasciandoti guidare dal tuo sentire, dal tuo desiderare.

Scatta una foto e condividila su Instagram con l’hashtag #unacosanuova e taggami @gina.abate.coaching: sarò felice di ricondividere le tue piccole e grandi imprese nelle mie stories, così da ispirare altre persone a vivere più pienamente e intensamente le infinite possibilità che ogni giorno si snodano davanti a noi, anche se non abbiamo occhi per vederle.

Io ho iniziato così:

Nell’ultima settimana, mentre ero in vacanza sulla mia isoletta del cuore,  ho già fatto un po’ di cose nuove, come: 

  • Noleggiare un kajak biposto con un’amica e portarci anche Wendy!  
  • Attraversare un boschetto di notte sotto un forte temporale, e prendere la pioggia perché c’era troppo vento per tenere aperto l’ombrello.
  • Andare in spiaggia in orari insoliti: al mattino presto, oppure alle 18.00 per stare fino a tardi.

E una volta tornata a casa mi sono accorta che, solo ponendoci un po’ di attenzione e avendo “messo in moto il volano”, ho iniziato a espandere le mie possibilità, come se il cervello avesse fame di cose nuove e diverse.

Nei prossimi giorni sicuramente vorrò provare il SUP,  vorrò imparare il ballo dell’estate, Jerusalema. e vorrò scompaginare i miei orari in modi nuovi (beh, in questo sono piuttosto brava 😉 ma mi alzerò l’asticella! )

E tu, cosa vuoi iniziare a fare di nuovo o di diverso?

Ricordati che non è un “fare per fare”: ogni cosa nuova apre le porte a nuove possibilità, attiva una nuova Te. E quella nuova te, chissà di cosa è capace.

Aspetto le tue condivisioni, perché #unacosanuova al giorno può aiutarci a essere più felici e più vivi.

Idea di felicità: diritto, scelta o stile di vita?

Idea di felicità: diritto, scelta o stile di vita?

L’idea di felicità che abbiamo si trasforma e si modifica nel corso della nostra vita. Ti racconto la mia esperienza in questo nuovo articolo!

Un’infanzia gioiosa

Da bambini non ci poniamo domande sulla felicità: viviamo intensamente quello che c’è, buono o meno buono, come se fosse l’unica cosa possibile.

Siamo mossi da qualcosa e lo facciamo: esploriamo, andiamo in bicicletta, giochiamo con gli animali, ci muoviamo intensamente, ascoltiamo storie, inventiamo storie…

O almeno questo era vero per i bambini della mia generazione, che andavano a scuola fino alle 12.30 e poi avevano un sacco di tempo libero. Scorrazzavamo liberi, inventavamo giochi, passeggiavamo a casa degli amici da soli, ci annoiavamo, andavamo in bicicletta senza caschetto e senza alcuna paura. Andavamo a letto dopo Carosello, tanto alla sera in tv non c’era niente di adatto a noi.

Eravamo fortunati perché non eravamo l’agenda piena come i bambini di oggi (almeno fino a prima del Covid-19). Si sa, dal vuoto nascono tante cose.

Da bambini la felicità è l’essenza di ciò che siamo, e ogni bambino avrebbe diritto a crescere in un ambiente dove questa felicità venga tutelata e garantita.

Il diritto alla felicità

Molte persone crescono ma continuano a pensare che questo diritto corrisponda al dovere di qualcun altro che, se non soddisfa i nostri bisogni e richieste, diventa “brutto e cattivo”.

Invece questo diritto passa direttamente nelle nostre mani, e abbiamo la responsabilità di occuparcene in prima persona: ho diritto ad essere felice e ho il dovere di occuparmene io stessa/o.

Come è cambiata la mia idea

Se cerco di ricostruire come sia avvenuto il passaggio da una felicità praticamente permanente come quella dei primi anni di vita, a una condizione più intermittente, a una condizione dettata da una o l’altra circostanza, prima di diventare di nuovo una condizione più stabile, mi sembra di rinvenirne le tracce negli anni delle elementari.

Negli anni dell’infanzia mi sentivo amata e apprezzata per quella che ero e semplicemente vivevo esprimendo le mie caratteristiche. Ciò è cambiato con l’inizio della scuola: qui ho i primi ricordi di paragoni e confronti con gli altri bambini e con diverse situazioni.

I paragoni non aiutano

Era il tempo delle prime le interazioni sociali non mediate dalla famiglia e ricordo di aver avuto pensieri come “la nostra casa è meno bella di quella di Paola”, “sono più magra di y” (e generalmente, a detta di tutti, ero sempre troppo magra!). “A salto in alto sono più brava di tutte le femmine della mia classe”; “Alessandra è più brava di me in aritmetica”. “Mio papà fa il lavoro più importante di tutti”; “Mia mamma è più elegante delle altre mamme”; “mia sorella è più brava di me a ginnastica”. Ognuna di queste valutazioni aveva il potere di farmi sentire più o meno bene, più o meno adeguata alle situazioni – e a questo si sommavano le valutazioni che fioccavano dall’esterno.

Soddisfare la condizione diventa vitale

Da lì è nata probabilmente l’idea che se avessi soddisfatto una certa condizione, sarei stata più felice. Alcune di quelle condizioni, non erano affatto modificabili, su altre ci si poteva lavorare, e altre ancora potevano realizzarsi con una certa facilità (come quella di ricevere una seconda Barbie per Natale).

Più o meno in quel periodo molte delle scelte iniziano ad essere condizionate da quello che pensiamo di ottenere “alla fine”, come risultato. Dimenticando, però, che gran parte della felicità deriva dal processo, dall’impegno che mettiamo, dall’utilizzo progressivo delle nostre capacità e del nostro potenziale che si libera.

La sfida con me stessa

Ricordo per esempio il giorno che con la scuola eravamo al campo sportivo per una gara di atletica, e io gareggiavo per i 60 metri piani, dove ero veramente capace.

Avevo scoperto chi fossero le mie avversarie, e pur sapendo che la gara sarebbe stata impegnativa, sapevo anche che avevo buone probabilità di vincere, dato che negli allenamenti le avevo già battute tutte.

Ad un certo punto però mi comunicarono che avrei dovuto gareggiare con le più piccole (ovvero, si erano accorti che IO ero un anno più piccola, avendo saltato la prima elementare, e quindi avrei dovuto gareggiare con quelle della mia età). Sapevo che quel gruppo era ancora più facile da battere, avevo praticamente la vittoria in mano… ma scoppiai in lacrime e non volli più partecipare alla gara. Certo, una scelta un po’ drastica e molto emotiva, ma ciò che volevo, evidentemente, non era vincere, bensì guadagnarmi la vittoria mettendo tutta me stessa. 

Il vero problema con la felicità è quando iniziamo a credere che sia quello stato che possiamo ottenere unicamente quando raggiungiamo gli obbiettivi e appaghiamo – o gli altri appagano –  i nostri desideri (o capricci). Finiamo così imprigionati in una spirale di insoddisfazione in cui la nostra natura felice si allontana sempre più da noi…

Ma c’è un’alternativa.

Felicità come scelta personale

Quando vivi la felicità come scelta personale e responsabile, ecco che ti impegni con te stessa/o a riconoscere una direzione buona per te e ad avere delle pratiche che ti permettano di far riaffiorare quella tua natura, incrementandola e rafforzandola ogni giorno, a prescindere dalle circostanze.

Nessuno di noi una volta che si è fatto la doccia dice “ora sono pulito” e smette di lavarsi. Non c’è chi, dopo aver rassettato la casa pensa “Bene, ora è a posto e non devo più occuparmene”. Neanche uno penserebbe che dopo aver innaffiato abbondantemente una pianta, non serva farlo mai più.

Eppure per quanto riguarda il nostro benessere e la nostra felicità, poche persone comprendono che è una piccola ma costante manutenzione da fare, e sono disposti a farla.

Ecco perché io vedo la Felicità come scelta dapprima, e poi come stile di vita.

Uno stile di vita che preveda uno spazio per l’ascolto di sè, per l’auto -conoscenza, per il vuoto – in cui non fare ma solo essere presenti. Che preveda l’abitudine di respirare,  muovere il proprio corpo, contattare le proprie passioni e nutrire le relazioni.

C’è un proverbio che dice: 

Per essere felice hai bisogno di qualcuno da amare, qualcosa da fare e un luogo dove andare.

Questo, se ci pensi, è sempre possibile.

Perché se anche ci fossero dei momenti in cui ti sembra di non avere nessuno da amare, quella persona puoi scegliere di essere tu.

Qualcosa da fare non è essere affaccendati in mille attività che hanno lo scopo di tenerti impegnata e farti sentire di avere una certa importanza, ma significa piuttosto sentire di stare dedicando il tuo tempo – o almeno una parte di esso – a qualcosa che abbia un senso, a crescere, imparare qualcosa, creare e condividere.

Un luogo dove andare significa una direzione, avere dei desideri verso i quali tendere, perché attraverso la dedizione a quei desideri e progetti (ammesso che siano veramente “tuoi”) si libera e si esprime il tuo potenziale. Nei momenti in cui non sai dove andare, puoi andare dentro di te, dove quello stato che cerchi, c’è già.

Concludendo, sulla felicità

Come diceva Aristotele, una vita felice la si può giudicare solo nel suo insieme, ed è una vita che è stata protesa verso l’espressione del proprio pieno potenziale.

Se sei in un momento in cui ti piacerebbe fare il punto della situazione, se vuoi utilizzare questi mesi per ripartire con chiarezza e slancio a settembre, contattami per valutare insieme il percorso breve di Coaching più adatto a te.  

Il tuo posto felice è nella tua mente e puoi crearlo

Il tuo posto felice è nella tua mente e puoi crearlo

Ti ho parlato dell’importanza di trovare il tuo posto felice nella vita reale, di riconoscere e diventare consapevole dei luoghi che ti fanno sentire connessa con ciò che ti circonda e, specialmente, con te stessa.

Oltre a ciò, esiste anche un modo alternativo per raggiungere il tuo posto felice: creandolo. Esatto, hai letto bene. Ti parlo di come creare il tuo happy place mentale, utilizzando le funzioni superiori della tua mente.

La prima volta che l’ho incontrato avevo poco più di 18 anni.

Stavo attraversando un periodo molto difficile della mia vita, che purtroppo non sarebbe durato poco: la malattia e la morte di mia madre mi avevano lasciata con un vuoto incolmabile e con un macigno di immagini dolorose e di emozioni non espresse da comprendere ed elaborare.

Nel tentativo di ritrovare un po’ di benessere avevo accettato di partecipare ad un corso di dinamica mentale (ora dinamiche della mente)  dove ho iniziato a comprendere, forse per la prima volta in termini anche pratici, come funzioni la nostra mente e come fosse possibile utilizzarla consapevolmente per un maggiore benessere.

L’esercizio con i colori dell’arcobaleno

Uno degli esercizi base che praticavamo era il rilassamento con i colori dell’arcobaleno al quale seguiva l’immaginazione di una scala con 21 gradini da discendere. Alla fine della discesa, e dopo qualche ulteriore passaggio, eravamo guidati a lasciar apparire un bel posto della natura in cui sentirci bene, protetti, al sicuro, liberi di esplorare, muoverci e fare meravigliose scoperte e incontri.

È apparso così: una piccola radura verdissima, con un enorme albero di cui ricordo ancora i dettagli e i disegni della corteccia. La temperatura era perfetta e c’era qualche fiore – pochissimi a dire il vero – che sembravano dipinti con i pennarelli da un bambino più che dei fiori reali. Ma si sa, con l’immaginazione possiamo fare qualsiasi cosa. 

Finalmente l’ho trovato

È così che ho incontrato il mio posto felice della mente, il mio posto sicuro, il luogo dove potevo rifugiarmi anche senza spostarmi da casa. Questo posto era in grado di aiutarmi a guarire le mie ferite e rigenerarmi in quella che non era una fuga dalla realtà, ma una pausa dall’incessante attività dei pensieri automatici che la nostra mente produce.

In quel posto magico potevo immaginare qualsiasi cosa, potevo far apparire sagge guide che mi portavano messaggi e insegnamenti preziosi, potevo ricevere medicamenti portentosi, potevo mandare pensieri di amore e guarigione non solo a me stessa ma a tutte le persone che ne avessero bisogno.

Non è pura e semplice immaginazione

Potrebbe sembrare solo fantasia, potrebbe somigliare una fuga dalla realtà. Ciò che avveniva, invece, era una comunicazione simbolica con il mio inconscio, bypassando il mondo dei pensieri ordinari e forgiando nuove sinapsi e nuove reti neurali, a sostegno di un migliore equilibrio e benessere autentico.

Negli anni quel posto felice ha cambiato aspetto diverse volte, diventando ora una spiaggia deserta del Mar Rosso dove avevo corso da sola e libera in una vacanza da ragazza. Ma anche una piccola baia delle Isole Comore di cui mi ero innamorata in un altro viaggio. Poi l’incavo di un albero gigante che mi accoglieva al suo interno diventando una sorta di casa con più stanze. Ciò che non cambiava mai era la sensazione di pace e sicurezza che quei luoghi mi trasmettevano e i benefici che potevo trarne tutte le volte a livello mentale, emozionale e anche fisico. Questo lo percepivo io, ma è dimostrato ora anche dalla scienza.

La nostra mente è portentosa

Attraverso queste prime esperienze ho iniziato a comprendere che i poteri della nostra mente sono magici e misteriosi. Non tutto è spiegabile in modo logico e razionale. Queste esperienze sintetiche che noi possiamo fare in uno stato di rilassamento e immersi in una realtà virtuale, che non necessita di tecnologia esterna, sono molto più potenti di quanto possano apparire. L’esperienza sintetica veniva utilizzata già negli anni ’70 con atleti professionisti ad alto livello. La pratica permetteva loro, tramite una vivida e particolareggiata immaginazione di allenamento, di attivare le stesse aree del cervello che si attivavano durante gli allenamenti effettivi, con effetti positivi concreti e misurabili sia sul perfezionamento della tecnica, sia sullo sviluppo muscolare. Magari te ne parlerò in un prossimo articolo 🙂 . 

Forse sono state proprio queste prime esperienze ad avviarmi verso il desiderio di indagare e comprendere sempre meglio come funziona la nostra mente e come possiamo intervenire attivamente per creare un maggiore benessere ed una maggiore felicità.

Il tuo posto felice è all’interno della tua mente

Ti invito quindi a creare il tuo posto felice all’interno della tua mente, un luogo dove poterti rilassare profondamente e creare attivamente (e non casualmente, come nei pensieri ordinari). Magari anche tu, con un pizzico di polvere magica, avrai l’opportunità di incontrare grandi maestri e saggi. Magari saranno proprio quei personaggi “immaginati” a darti le risposte che ti servono per superare un problema, a trovare una soluzione creativa o a spiegarti come concretizzare il prossimo passo del tuo progetto. 

Certo, sei sempre tu, sono parti di te. Ma sono le funzioni superiori della tua mente ad emergere quando sei in uno stato di profondo rilassamento e le tue onde cerebrali rallentano, ed è uno stato molto ricco di risorse che puoi sperimentare con grande facilità.

Se vuoi, posso aiutarti a creare il tuo posto felice

Ti piacerebbe ricevere una registrazione audio che ti aiuti a rilassarti e a far apparire il tuo posto felice?

Chi è iscritto alla mia newsletter riceverà questo mese una speciale meditazione guidata per raggiungere e creare il proprio posto felice.

Vuoi riceverla anche tu?
Seguimi su Instagram e contattami in privato: ti manderò il link per scaricare la meditazione.


Un abbraccio,

Gina!

Ps: se sei interessata a leggere anche l’articolo sul tuo luogo felice fisico lo trovi qui.