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Un giorno Teresa, quando i genitori rincasarono all’ora di pranzo, andò loro incontro chiedendo il significato di una certa parola complicata.

“Dove l’hai sentita?” le chiesero, forse per contestualizzarne il senso.

“L’ho letta sul giornale!” rispose lei con naturalezza, quasi distratta da qualcosa di nuovo che nel frattempo aveva attirato la sua attenzione.

Teresa aveva 5 anni. E non sapeva leggere. Almeno per quanto ne sapessero i suoi genitori.

“L’ho letta qui” e andò a prendere il quotidiano di qualche giorno prima, che giaceva ripiegato sulla fòrmica verde del piano di cucina.

 

Era vero.

Teresa aveva imparato a leggere da sola. Curiosando, registrando tutto come faceva sempre. Osservando da lontano la sorella maggiore che faceva la seconda elementare.

 

Da quel giorno la sua innata curiosità venne stimolata, e le vennero assegnati piccoli semplici compiti per allenare le sue naturali inclinazioni: aveva un quaderno a quadretti con il margine sul quale la mamma disegnava un primo pezzetto di “cornicetta”, che lei avrebbe dovuto continuare e colorare.

Poi c’erano le lettere: Maiuscole, minuscole. E poi altri disegnetti. Dei pulcini un po’ spigolosi (dovevano pur sempre seguire la traccia dei quadretti!) che Teresa colorava di un bel “giallo pulcino” 😉 e con il piccolo becco arancione.

 

E poi c’erano i numeri.

Un pianeta un po’ sconosciuto e ostile, verso il quale Teresa dimostrava una certa diffidenza.

Nonostante ciò si esercitava, con esiti variabili.

Addizioni: ok.

Moltiplicazioni: era imbattibile.

Sottrazioni: sabbie mobili.

Divisioni: sistematicamente trasformava i due puntini del “diviso” in una “x” trasformando l’operazione più difficile per lei in una moltiplicazione.

Insomma, “barava”.

Il risultato era sempre un numero molto più grande di quello delle moltiplicazioni effettivamente assegnate, ma che importava: l’importanza era fare bene e non deludere le aspettative della mamma. E forse anche le proprie.

Voleva essere all’altezza in tutto!

 

Era nato forse lì il seme dell’idea di essere un bluff?

Stava iniziando a germinare, nel buio del suo inconscio, per il fatto che aver imparato a leggere spontaneamente “non valeva” come il percorso canonico?

Comunque le sue esercitazioni continuarono serenamente per tutta l’estate, forse per 10 minuti al giorno o poco più, e la sua gioia più grande era quando poteva scrivere i suoi pensieri ed emozioni, piccoli temi e le prime poesie.

E poi ci fu quell’evento.

Sì perché lo scopo di questo lavoro estivo era valutare se Teresa era idonea per “saltare” la prima elementare, dove si sarebbe senz’altro annoiata, data la sua intelligenza vivace e le sue capacità, e paracadutarsi così direttamente in seconda.

Era nata in Febbraio e avrebbe evitato così, dicevano, di “perdere un anno”.

 

La bambina era pronta, lo era di suo. E poi si era anche preparata- e per lei era stato davvero un gioco. Se non fosse stato per quelle divisioni e sottrazioni. Ma tutto era sotto controllo.

 

C’era solo una piccola formalità da espletare. Un esamino di ammissione alla seconda.

Teresa andò lì assolutamente serena e tranquilla: non lo sapeva mica cosa fosse un esame, perciò non era per niente spaventata.

E infatti seppe fare tutto quello che le venne chiesto, e rispondere a tutte le domande.

Tranne “quella”.

Ad un certo punto quella sottrazione: 13-8.

A memoria non le veniva.

Era una sottrazione.

E il 13 era un numero dispari. Non le piacevano i numeri dispari.

E lei voleva saperlo, voleva rispondere in automatico come avrebbe fatto con 8×2 oppure 10-6.

Ma 13 – 8 era difficile. E lei non lo sapeva fare.

E lei sapeva che se avesse contato sulle dita avrebbe risposto, ma pensava di doverlo fare “da sola”, pensava  di dover conoscere la risposta e che contare sulle dita non valesse.

E così si congelò.

E si mise a piangere.

E si vergognò.

E si sentì non all’altezza del compito, non capace.

Allora non era quel genietto che si diceva….

E credette di aver deluso la mamma, e la maestra.

E tirò un colpo basso alla sua identità.

A 5 anni!

E a nulla valsero i tentativi di consolarla, da parte della mamma e della maestra.

E a poco valse il fatto che l’esame lo passò a pieni voti, e che zompò subito in seconda, e che era molto brillante nonostante fosse un anno più piccola.

No. Quello sarebbe stato l’unico fotogramma che Teresa avrebbe rivissuto per tutta la sua vita ripensando a quell’esame.

E quella sarebbe stata la sensazione che l’avrebbe accompagnata, tra sé e sé, tutte le volte che si trattava di dimostrare ciò che sapeva, ciò che era.

E sarebbe stato il sottofondo di ciò che credeva di essere, nonostante tutti i “successi” che registrava.

Quella sensazione non se ne andava.

Lei era un bluff, che di lì a poco sarebbe stato smascherato.

 

 

Dopo molti anni e molto lavoro con se stessa, Teresa scoprì che questa “sindrome dell’impostore” è una sensazione molto diffusa tra le persone capaci e colpisce le donne molto più degli uomini. Così ci si porta sempre con sé questa sensazione di non essere davvero come gli altri ti vedono, di non meritare i successi che vivi, di non valere davvero come gli altri credono, che in fondo è stata fortuna, circostanze favorevoli, coincidenze sincroniche ma mai, davvero davvero merito tuo.

 

Forse sarà per questo che mi sono appassionata a questi temi, non con la pretesa di “guarire” le ferite dell’inconscio – che esulerebbe dalle mie competenze- ma di fornire strumenti, sistemi, spunti e percorsi attraverso i quali potersi realizzare pienamente  nella vita e nel lavoro , a prescindere dalle bugie che abbiamo registrato su di noi.

 

Ah, e per quel che vale, Teresa è il suo secondo nome.

Il suo primo nome è Gina.

 

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