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Perché la felicità è una nostra responsabilità

Perché la felicità è una nostra responsabilità

e come possiamo lavorare per crearla 

Cos’è questa felicità di cui parlo tanto? Non si tratta di un ottimismo che ignora il buon senso, una gioia perfetta h24 o correre in giro con un sorriso a 32 denti. 

La felicità è una cosa seria 😉 

È uno qualcosa di concreto, un solido stato di benessere che tutti noi possiamo allenare. Come la forma fisica.

Questo non è di certo uno dei periodi più spensierati della storia, come certamente sai, e parlare di Felicità può sembrare frivolo o superfluo, perché ci sono cose più serie e gravi a cui pensare.

Ma se lavorare alla felicità ci rendesse concretamente più capaci, più adatti a superare anche questo momento, se ci rendesse più creativi e coraggiosi, più concentrati ed efficaci, allora non sarebbe questa la priorità?

Lasciarsi contagiare dalla negatività, dalle legittime preoccupazioni, dalla frustrazione, rabbia, tristezza o pessimismo è tutto sommato facile:  se non stiamo attenti, avviene senza che tu debba fare niente. 

L’altra opzione, invece, è quella di assumersi la responsabilità di come ti senti e investire un po’ di tempo nella creazione e nella condivisione.

È da questa presa di responsabilità e dalla domanda “cosa posso fare io?”  che è nata in me l’idea, all’inizio del lockdown, di creare il percorso gratuito che si è da poco concluso su Le pratiche della felicità

E a posteriori posso confermare che è stata una delle idee più belle e gratificanti che ho avuto negli ultimi tempi , in quanto ci siamo trovati in tantissimi (in realtà quasi tutte donne) a fare pratica di felicità.

Infatti la felicità per me va allenata, non ricercata. 

Ora ti voglio raccontare qualcosa che forse ha contribuito a rafforzare l’equivoco riguardo alla “ricerca” della felicità

Nel 1776 Thomas Jefferson ha redatto la Dichiarazione di Indipendenza in cui, tra le altre cose, veniva riconosciuto a tutti gli americani il diritto a “The pursuit of Happiness” interpretato e tradotto appunto come “ricerca” della Felicità.

Probabilmente avrai visto anche il celebre (e bellissimo!) film con Will Smith dal titolo omonimo.

Pochi sanno però che a quel tempo il verbo to pursue significava “praticare un’attività, farla regolarmente, renderla un’abitudine”.

SBAM! Quando l’ho letto per la prima volta è stata un’ulteriore conferma per me, di quanto la felicità sia una competenza che possiamo allenare. 

Ed è tutta nelle nostre mani.

Ricercarla genera frustrazione, perché porta a rincorrere obbiettivi e ideali spesso stereotipati. Se, invece, alleni il tuo corpo e la tua mente a creare il tuo naturale stato di benessere, riuscirai a provare la felicità reale, concreta, fatta su misura per te. 

E da lì sarà anche più facile comprendere quali “battaglie” intraprendere, e quali invece vorrai lasciar perdere perché non ti corrispondono.

Essere felici comporta innumerevoli benefici, come:

  • prendere decisioni che si riveleranno più giuste e allineate con noi
  • avere relazioni personali  e lavorative migliori
  • portare avanti le proprie azioni con maggiore efficacia
  • provare emozioni più funzionali alle varie situazioni
  • attutire i momenti down con maggiore consapevolezza
  • avere a disposizione tutta la nostra creatività (che sotto stress non è disponibile)
  • portare maggior equilibrio al nostro organismo, a vantaggio della nostra salute  
  • il nostro corpo rifletterà il nostro stato mentale: saremo più belle e giovani! (ce lo conferma la scienza)

Durante il corso online, durato ben 6 settimane, abbiamo toccato diversi aspetti:

  • abbiamo esplorato i fondamenti scientifici della felicità, gli effetti dello stress sul corpo e sulle capacità cognitive e relazionali,  i benefici dello stato di benessere;
  • abbiamo imparato a rallentare e ri-equilibrare corpo e mente in 3 minuti;
  • abbiamo sperimentato l’effetto energizzante o calmante del respiro;  
  • abbiamo praticato tecniche come l’Equilibrio Emozionale, il Switching, il Radicamento, Il Comando Theta, la tecnica di Coerenza Cardiaca Veloce e molte altre;
  • abbiamo sperimentato quanto la Felicità possa essere creata e allenata non solo per stare meglio, ma per essere decisamente più efficaci nella vita.

La grande ondata di energia scatenata da questa serie di incontri mi ha fatto capire quanto per me fosse importante inserire un nuovo corso, all’interno dei miei percorsi, che faccia della felicità una priorità e possa aiutare le persone a prendersi questa responsabilità e innalzare stabilmente il proprio “punto chiave” della felicità.

Il nuovo percorso che ho ideato si chiama Le pratiche della felicità Intensive Circle: clicca qui per avere tutte le informazioni!

Un abbraccio, 

Gina

Quel che esce sotto pressione è quello che c’era dentro

Quel che esce sotto pressione è quello che c’era dentro

Non puoi pretendere che dal tubetto di dentifricio esca la crema per il viso: quando sei sotto pressione, butti fuori quello che c’è già dentro di te.
Questo ragionamento ti sembra abbastanza scontato, vero? E dire che è difficile prendere consapevolezza del meccanismo quando succede a noi. Eppure funziona allo stesso modo: quando qualcuno va a stimolare un nostro punto sensibile, la reazione (quello che buttiamo fuori) non è da imputare a l’altro, ma fa parte di ciò che noi già avevamo dentro.
Ti ho incuriosito? Lascia che ti racconti meglio in questo articolo!

Qualche giorno fa, in una delle mie rarissime uscite dall’inizio del lockdown, ho assistito a due scene che mi hanno fatto riflettere. Anzi, ti dirò di più: di una sono stata sia osservatrice che protagonista.

Ti racconto cosa è successo a me

Ero stata dal dentista e stavo rientrando in macchina, verso casa. Ad un certo punto, in lontananza, vedo una signora in bicicletta che sbuca per attraversare sulle strisce. Mi è venuto spontaneo rallentare con grande anticipo e fermarmi a una distanza maggiore del solito – quasi a volerla rassicurare sulle mie intenzioni. Le ho sorriso, ci siamo guardate negli occhi, e le ho fatto un cenno per farla passare.

Dopo questo breve incontro, ho proseguito lungo la strada e mi sono fermata per fare la spesa nel piccolo market vicino a casa.

… e di cosa sono stata spettatrice

Mi sono messa in fila e prima di me c’erano tre persone: un uomo sui quarant’anni con due cani al guinzaglio, e due uomini tra i cinquanta e i sessanta. 

Erano tutti con mascherina e guanti, tranne l’uomo con i cani che chiacchierava con il più giovane dei due. Il signore più anziano attendeva il suo turno cercando di capire a chi sarebbe toccato. Vedendo uscire un cliente e vedendo che nessuno della fila accennasse ad entrare, ha gentilmente fatto notare che qualcuno era uscito e che quindi si poteva entrare. 

In un attimo l’uomo più giovane, quello con i due cani, ha reagito rabbiosamente, prendendola sul personale e lamentandosi con un classico «Eh… si vede che siamo in Italia!», offendendo il malcapitato e cercando solidarietà con il suo interlocutore di prima.

Ho osservato tutto questo senza giudizio, ma ora vorrei riflettere con te.

Qualche attimo prima a me era venuto spontaneo fare un gesto di gentilezza, forse addirittura più per me che per la signora in bicicletta. Quel piccolissimo atto di gentilezza e solidarietà faceva stare bene me, in primo luogo, ed era benefico anche per lei. 

Era come una piccola onda che nasceva e si propagava da dentro di me, a fuori di me, fino all’altra persona. E forse oltre. 

E credimi, non lo scrivo per vantarmi della mia bontà d’animo 😉 ma per sottolineare che quel gesto è stato possibile perché dentro di me in quel momento c’era calma e serenità, c’erano sentimenti benevoli. 
(Non mi sento sempre così: ti assicuro che quando sono nel traffico e in ritardo per un appuntamento mi risulta davvero poco spontaneo fare la stessa cosa. 😉 Diciamo che, mediamente, mi trovo in quello stato d’animo).

Ma torniamo al ragazzo sotto pressione

Il ragazzo con i cani fuori dal supermercato invece alla minima sollecitazione ha buttato fuori una nuvola di rabbia, rancore, turbolenza e aggressività.

Colpa dell’uomo che l’ha sollecitato ad entrare?

No. Semplicemente, alla minima pressione è uscito quello che c’era già dentro.

Non puoi spremere il tubo della maionese e sperare che ne esca della senape.

Anche quella è stata un’onda, ma un’onda di tensione e frustrazione, di separazione e giudizio che, come la nuvola di polvere e insetti che gira intorno a Pig-Pen, ha un effetto su tutte le persone intorno.
(Se non te lo ricordi Pig-Pen è il personaggio dei Peanuts che ha un pessimo rapporto con acqua e sapone).

Come mai avviene questo?

É un periodo in cui la pressione esterna è aumentata, in cui tutti siamo sfidati in qualche misura.

E quando non possiamo controllare l’esterno (ma quand’è che possiamo, in realtà?) rimaniamo a fare i conti con quello che c’è dentro di noi.

Sappiamo creare una certa pace, anche nel bel mezzo di una sfida?

Sappiamo creare una sorta di benevolenza, anche quando qualcuno va a toccare un nostro punto sensibile?

Sappiamo creare equilibrio, anche quando fuori le cose girano vorticosamente?

Sappiamo dire ciò che pensiamo, senza per questo aggredire o annientare l’altro?

Allo stesso modo in cui possiamo allenare il corpo per essere più adatti ad affrontare le sfide sul piano fisico, possiamo allenare anche la nostra mente e il nostro sistema per essere adatti e capaci ad affrontare qualsiasi tipo di situazione.

Possiamo allenarci a creare una solida base di benessere a prescindere da ciò che accade. E non necessariamente perché cerchiamo l’Illuminazione, ma per essere più efficaci nelle nostre relazioni, nelle nostre piccole e grandi imprese, nel prendere decisioni, nello scegliere ciò che è buono per noi.

Stare bene dentro, per i più, non è un dono del cielo: è frutto di attenzione e di pratica.

La pressione ha generato in me una voglia di creare

Anche per questo motivo ho creato il percorso gratuito online Le Pratiche della Felicità, ogni martedì alle 18.30 fino alla fine di aprile.

Iscriviti mandando una mail a info@ginaabate.it con oggetto Le Pratiche della Felicità, e ci alleneremo insieme! 

Comunicazione empatica: scegli la sedia giusta e migliora la qualità delle tue relazioni

Comunicazione empatica: scegli la sedia giusta e migliora la qualità delle tue relazioni

Cosa sta alla base della comunicazione empatica? Impariamo la tecnica delle 5 sedie, per comunicare con maggiore consapevolezza. 

Avere relazioni di qualità sembra essere una delle risorse essenziali per vivere una vita felice, e ricca di significato, come risulta dalla ricerca sulla felicità più lunga della storia (Harvard, 1938- 2013). Eppure le nostre sofferenze più frequenti derivano proprio dal “non capirsi”, dai litigi, dalle discussioni che quotidianamente abbiamo proprio con le persone a noi più vicine, a casa, con gli amici e al lavoro. Com’è possibile?

Marshall Rosenberg, padre della comunicazione non-violenta, ci ha trasmesso l’idea che il nostro modo di comunicare “violento” (ricco cioè di critiche, giudizi e manipolazioni) è qualcosa di appreso, mentre l’Empatia è qualcosa di innato, che però perdiamo crescendo, imitando i modelli comunicativi che registriamo intorno a noi. Serve quindi recuperarla, per comunicare mantenendo il contatto con noi stesse e con gli altri, osservando senza giudicare, individuando emozioni e bisogni, e facendo le richieste necessarie.

Non so quale sia la tua esperienza in merito, ma a me capita a volte di scivolare inconsapevolmente in una battaglia su chi ha più ragione, magari con il mio compagno (eh già… lui è proprio la mia palestra più grande 😉 ) E allora ecco che mi fermo, faccio un passo indietro e utilizzo quello che so. Quello che sto per condividere con te in questo articolo è proprio uno dei metodi che mi viene maggiormente in aiuto…

Le 5 sedie per imparare la comunicazione empatica

Una delle metodologie che trovo essere più utili quando si tratta di comunicazione empatica e modulazione del nostro comportamento “sotto pressione” è la tecnica delle 5 sedie di Louise Evans, che lei stessa descrive nel suo intervento al Tedx di Genova. Questa metodologia ti aiuterà a rallentare e capire quale tipo di comunicazione e di comportamento stai attuando in ogni situazione. 

Se mi conosci un po’ sai quanto io ami la Natura: sarà anche per questo che trovo simpatica, oltre che efficace, questa metodologia: i protagonisti sono 5 animali, che con le loro caratteristiche ti aiuteranno ad osservare il tuo comportamento e magari sceglierne gradatamente uno più funzionale. Ma vediamoli!

La teoria della comunicazione empatica: ad ogni animale la sua sedia

Immagina di avere cinque sedie in fila, di 5 colori diversi e ognuna collegata ad un animale. Immagina di capire dove ti trovi in ogni situazione “difficile” tra te e qualcun altro e tieni presente che più ti sposti verso la sedia numero 5, più abile sarai diventata e meglio sarà per le tue relazioni.

SEDIA ROSSA – LO SCIACALLO


Lo sciacallo è un animale molto furbo, opportunista, un animale che attacca. In termini comunicativi, quando sei su questa sedia fai il gioco del “ho ragione io”. Se noi abbiamo ragione, questo implica che dall’altra parte qualcuno deve avere per forza torto e questo non facilita sicuramente le relazioni. É più importante per noi avere ragione o preservare e magari rafforzare la relazione con questa persona? Ricorda sempre che avere ragione non serve a niente. Se non a rimanere uguali a se stessi.

SEDIA GIALLA – IL PORCOSPINO

Il porcospino è un animale che si sente molto vulnerabile e quando avverte un pericolo o c’è qualcosa che lo spaventa, si appallottola su se stesso per proteggersi. Questa è una sedia di dubbio, di critica e giudizi verso noi stesse , di insicurezza. Qui è come se ricercassi  quello che ci potrebbe essere di sbagliato te e nelle tue azioni, con la certezza di trovarlo. Quando siamo sulla sedia del porcospino è come se riversassimo tutti gli attacchi dello sciacallo verso noi stesse. E anche qui non si sta per niente bene.

SEDIA VERDE – IL SURICATO

Hai presente il suricato? Quel simpatico animaletto di nome Timòn che nel Re Leone canta Hakuna Matata insieme al Facocero Pumba? Bene, Walt Disney a parte, il suricato è un animaletto che quando è “di guardia” è capace di stare in piedi per delle ore sulle zampare posteriori e, allungandosi il più possibile, osservare cosa succede tutt’intorno. É un animaletto molto molto vigile, capace di stare ore fermo immobile a non far nulla, limitandosi ad osservare. Questa è la sedia in cui siamo vigili, siamo delle sentinelle, siamo in pausa, attendiamo. È la sedia della consapevolezza. Ci interroghiamo su quello che pensiamo, su quello che diciamo. È una sedia in cui diventiamo curiose anziché giudicanti. Questa è la sedia da dove scegliamo da che parte andare: direzione sciacallo e direzione giraffa? 

SEDIA AZZURRA – IL DELFINO

Il delfino è un animale super intelligente, curioso, socievole, ama giocare, ma soprattutto è dotato di un radar molto particolare, detto “sonar”, che gli permette di emettere dei suoni impercettibili all’uomo che, rimbalzando suoi ostacoli circostanti, gli forniscono una mappa dettagliata di tutto ciò che lo circonda. Quella del delfino sarà perciò la sedia dell’introspezione e dell’indagine. Per questa sedia è calzante il pensiero di Aristotele “Conoscere te stesso è l’inizio di tutta la saggezza”. Qui indaghiamo dentro di noi, siamo molto consapevoli di noi stesse, riconosciamo quali sono i nostri bisogni, i nostri valori, i nostri confini con chiarezza. È una sedia potente, in cui ci riprendiamo il nostro potere e riusciamo a mettere i nostri paletti in modo assertivo  e mai aggressivo.

SEDIA VIOLA – LA GIRAFFA

La giraffa è l’animale che ha il cuore tra i più grandi e potenti di tutti gli animali terrestri, ed ha anche il collo più lungo, che le permette di guardare le cose da una prospettiva molto più ampia rispetto a qualsiasi altro animale non volatile. In questa sedia noi siamo consapevoli dei nostri bisogni ma siamo attente anche ai bisogni dell’altra persona. Siamo empatiche, amorevoli. Iniziamo a chiederci cosa sta provando l’altra persona, cosa sta succedendo dentro di lei, di che cosa ha bisogno. Qui non ci importa di avere ragione, ci caliamo nei panni degli altri, cerchiamo di comprenderli e di vedere tutto con una visione più ampia. Diventiamo comprensive e accettiamo la diversità.  É una sedia in cui manteniamo la connessione con l’altra persona, qualsiasi cosa accada, anche se siamo in disaccordo e anche se dal confronto dovesse risultare di prendere due strade diverse.

Ma vediamo un esempio concreto.

Proviamo a immaginare una situazione reale e, in seguito, vediamo che tipo di risposta potremmo adottare spostandoci di sedia in sedia. 

SITUAZIONE: Stai passeggiando per la città e incroci un’ex collega che non vedi e non senti da un po’ di tempo e con la quale eravate molto legate. Ti sembra di notare che è sfuggente, che nel suo atteggiamento c’è qualcosa di diverso dal solito.

COMUNICAZIONE EMPATICA – COME RISPONDERE, SPOSTANDOTI DA UNA SEDIA ALL’ALTRA:

  1. SCIACALLO – Attacchiamo l’amica. «Ehi, ma buongiorno!! Tutto bene sì?! ti ho chiamato tre volte e tu non rispondi? Sono mesi che non ti fai viva!». Potremmo anche non attaccare verbalmente, ma farlo con uno sguardo di sospetto o di giudizio, o con un tono di voce velatamente accusatorio. Insomma, il sottofondo qui è che noi siamo la parte lesa e lei si è comportata male.
  2. PORCOSPINO – La salutiamo velocemente, magari risultando sfuggenti noi, perché siamo impegnate a rimuginare, mettendoci in una condizione di colpevole vittimismo. “Chissà cosa ho fatto, come mai non si è fatta viva con me, le avrò fatto qualcosa? Sarà per quella volta che le ho fatto una battuta e lei c’è rimasta male… Eh sì, sicuro ce l’ha con me. O magari crede ancora che io abbia parlato male di lei con il capo…”  Insomma, qui la ricerca dell’errore, della “colpa” è su di noi.
  3. SURICATO – Qui ci mettiamo in pausa e osserviamo cosa accade. É uno spartiacque, è la sedia “sliding doors” : da un lato le ragioni dell’ego con le sue ferite e i suoi giudizi, dall’altra l’Empatia, per noi stesse e per gli altri.  Nel caso della nostra ex collega quindi, la osserviamo, ci osserviamo, e ci chiediamo che cosa sta veramente succedendo. Sospendiamo ogni giudizio. 
  4. DELFINO – In questa postazione non “facciamo”molto in realtà, ma raccogliamo segnali, proviamo un’apertura di cuore verso noi stesse e verso di lei, cerchiamo di stare in contatto per comprendere e valutare il da farsi.  Questo potrebbe risultare nel chiederti “Ok, vorrei riuscire a rientrare in contatto con lei, ci tengo ad essere sua amica. Voglio che le stia bene, però voglio stare bene anche io. Di cosa ho bisogno? Quale potrebbe essere una strada buona per entrambe?” 
  5. GIRAFFA – Nei confronti dell’amica ti chiederesti: “Di che cosa ha bisogno LEI? Che cosa sta succedendo? Come posso aiutarla? Cos’è importante per lei?”.  Anche se quello che è importante per lei non coincide con ciò che importante per te ci sarà sempre apertura. È comprendere e accettare la diversità. Magari in un prossimo articolo andremo in maggiore profondità con la comunicazione empatica, ma ti assicuro che se ti alleni su questi passaggi vedrai accadere “miracoli”! 🙂 

Facile? No. Possibile? Certamente.

A volte è difficile rinunciare al gioco di io ho ragione o di rinunciare al ruolo della vittima. Se restiamo in questi due ruoli non “vinciamo”. Avere ragione, imporsi sull’altro non rappresenta la vittoria, perché la vera vittoria è, invece, avere buone relazioni basate sull’ascolto autentico e, per farlo, è necessario scegliere bene la nostra sedia!

Un abbraccio, 

Gina

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Ti racconto perché fotografo i tramonti

Ti racconto perché fotografo i tramonti

Le cose che fai, anche quelle apparentemente banali, ti possono rivelare qualcosa di importante su di te, come i tuoi Bisogni e Valori. Ecco cosa mi ha rivelato la mia passione per i tramonti. 

Non ricordo bene quando sia iniziato. Probabilmente da bambina, insieme alla mia passione per la Natura e per gli animali. Probabilmente ho imparato ad amarli ancora di più quando d’estate cenavamo tutti insieme in poggiolo e ne potevo ammirare la bellezza circondata dall’amore di mamma e papà, o quando restavamo in spiaggia fino a tardi immersi in quella atmosfera un po’ sospesa. Forse le vacanze al mare e i posti esotici visitati, con profumi, colori e sensazioni nuove, hanno aumentato questa mia passione. E certo, qualche passeggiata lungomare al crepuscolo mano-nella-mano li avrà resi ancora più indelebili nel mio archivio emozionale.

Fatto sta che ho sempre amato i tramonti e che appena posso cerco di catturarne la bellezza non solo con gli occhi, ma anche con le mie – sebbene scarse- capacità fotografiche. Ma si sa, quando il soggetto è bello, il fotografo può anche non eccellere.
Non ci avevo mai riflettuto, è semplicemente una cosa che amo fare. Ma proprio scrivendo e lavorando sul tema dei Bisogni, uno dei 9 Pilastri della Felicità secondo la Scienza del Sè, ho compreso le radici profonde di questo mio gesto: fotografare tramonti è un modo di nutrire alcuni  dei miei bisogni e valori fondamentali. 

I tramonti sono vari e sono unici.

Il tramonto è una grande espressione di varietà. La Natura non fa fotocopie e difficilmente possono esistere due tramonti uguali. A seconda della stagione, della presenza o assenza di vento o di nuvole, della temperatura, si creano colori e forme imprevedibili e sempre nuovi. A Trieste, dove vivo io, il sole tramonta sul mare e questo offre ulteriore varietà per l’osservatore. Il mare che accompagna il tramonto può essere agitato, calmo, con le onde più o meno alte e rumorose e tutti questi fattori mischiati tra loro creano ogni volta uno spettacolo unico

I tramonti sono pieni di meraviglia.

Nei tramonti vedo un’infinita bellezza, che per me è sia un valore che un bisogno. Credo che la bellezza abbia il potere di farci stare bene perché credo contenga l’idea di  bene, di “buono”, di armonia come gli antichi Greci ci insegnano. È un linguaggio universale, che travalica tempi, culture e situazioni; è lì per noi, e tutti ne possiamo godere e lo possiamo comprendere. Fa bene al cuore.
Ecco perché fotografo e condivido, per diffondere la bellezza che vedo, e non tenerla per me, nella certezza che a qualcuno quel bello farà bene.

Esprimono amore e unione.

Nella bellezza della natura di cui il tramonto è espressione, io ci vedo l’amore, la presenza dell’energia universale, di quell’”essenza”, quel divino. Insomma di quel qualcosa di più grande di noi che si dona senza chiederci niente in cambio e che in quei momenti diventa palpabile. Il sole è per me una delle espressioni più grandi dell’amore incondizionato: ci regala luce e calore, che sono assolutamente indispensabili per la nostra vita, esattamente nella misura in cui arrivano. Ci hai mai pensato? Se sulla Terra ci fossero 10° in più rispetto alle massime attuali o 10° in meno rispetto alle minime, probabilmente diventerebbe un luogo inospitale e non esisterebbero più le condizioni necessarie alla vita. Nei tramonti, quindi, riscontro questo amore incondizionato, e allo stesso tempo un grande equilibrio.

I tramonti sono anche un mezzo per  vivere un senso di amore e connessione con me stessa e con il tutto. 

E il bisogno di amore e unione è un altro dei bisogni fondamentali di ogni essere umano. Me e te comprese.

Nei tramonti c’è sicurezza.

Non è forse rassicurante vedere il sole che tramonta con la fiducia che domani mattina sorgerà di nuovo? Magari sarà coperto dalle nuvole, ma in ogni caso ci sarà un nuovo giorno, tornerà la luce e questa è una sicurezza fondamentale, di cui ogni essere umano ha bisogno.

Infondono pace.

I tramonti mi infondono un senso di pace. Vedere il sole abbassarsi lentamente all’orizzonte fino a scomparire inghiottito dal mare, mi trasmette una calma profonda che rimane con me a lungo. Il respiro rallenta, i pensieri si placano; le tensioni e gli affanni della giornata si scaricano e si crea maggior spazio per accogliere il nuovo.

E ora, consapevolizza qualcosa per te.

Possiamo fare ogni cosa in modo veloce, distratto e inconsapevole, o soffermarci e assaporare, comprendere, nutrirci.

Riconoscere i tuoi valori, così come individuare i tuoi bisogni ed i mezzi che usi per appagarli, sono aspetti importanti per la consapevolezza di chi sei veramente e per orientare le tue scelte, per questo ne sto scrivendo in questo blog. 

In ogni cosa che fai (o che non fai) c’è il tentativo di soddisfare i tuoi bisogni, ed è fondamentale che tu lo faccia rispettando i tuoi valori, altrimenti la tua soddisfazione e la stima che hai di te stessa ne risentiranno. Le due sfere si devono muoversi all’unisono, ed è solo nostra la responsabilità e il potere di capire come soddisfare entrambi. 

Quindi ora pensa alle cose che ami fare, che ti appassionano e ti fanno stare bene. Ripensa ai 6 valori fondamentali secondo la teoria di Robbins-Madanes: sicurezza, varietà, amore-unione, importanza, crescita e contribuzione (ne ho parlato in questo mio articolo) Quali bisogni soddisfi attraverso quel comportamento?

E soprattutto inizierai a capire che quando qualcosa non ti soddisfa c’è sotto un bisogno che urla per avere la tua attenzione, oppure un bisogno che stai soddisfacendo andando contro i tuoi valori.

Fammi sapere le tue scoperte e fammi pure le tue domande. Sarò felice di leggerti e di risponderti!

Un abbraccio, 

Gina

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